L'harem

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LUNEDÌ 17 SETTEMBRE

 

Ore 21.00

 

Un certo anno. 68 tra 67 e 69

L'harem Marco Ferreri, 1967, 96'.

con una testimonianza su/featuring a commentary on Carroll Baker di/by Eckhart Schmidt

Regia, sceneggiatura: Marco Ferreri; soggetto: M. Ferreri, Rafael Azcona, Ugo Moretti; fotografia: Luigi Kuveiller; montaggio: Enzo Micarelli; musica: Ennio Morricone; interpreti: Carroll Baker, Gastone Moschin, Renato Salvatori, William Berger, Ugo Tognazzi; produzione: Alfonso Sansone ed Enrico Chroscicki per Sancro International/ Paris Cannes; origine: Italia/Francia, 1967; formato: 35mm, col.; durata: 96'. Copia 35mm da Cineteca Nazionale.

Una donna seducente spinge tre uomini al loro limite giocando con i loro desideri sessuali e con l'orgoglio maschile.


«Probabilmente è nell'Harem che si manifesta più nitidamente il processo che Marco Ferreri ha intrapreso contro se stesso, contro il tipo di cinema che ave- va praticato dal suo debutto nel 1958 con El Pisito, contro la carica di natura- lismo che si trascinava dietro da allora [...]. Della sceneggiatura (scritta assieme ad Azcona), che raccontava prolissa- mente le relazioni simultanee di Margherita, architetto a Milano, con cinque tipi di uomini diversi, e la sua elimina- zione per mano degli stessi, in complotto contro la donna che tenta di comportarsi come loro non soltanto sul piano professionale ma anche su quello sentimentale; di questa satira che voleva - in chiave prevalentemente comica - mostrare le tribolazioni della donna italiana non rimane nulla: un meccanismo drammatico (che non funziona troppo bene, si squilibra di continuo. Ma guai a giudicare il film per il suo funzionamento! Il meccanismo dell'intrigo manca d'importanza dato che adesso il film non intende convincere). Ferreri, al momento del montaggio, ha deciso di cambiare il tono del film e di passare dal comico al drammatico; ha proceduto quindi alla seguente opera- zione: ottenere al doppiaggio che la recitazione, molto marcata, si neutralizzasse; ha eliminato tutti i riferimenti professionali dei personaggi (bisogna conoscere gli stadi precedenti del film per rendersi conto che Margherita è architetto); è arrivato fino a far sparire del tutto il quinto uomo, proprio quello che provocava gli altri quattro al complotto finale. Quello che resta: una favola immensa, colorata dolcemente, ampiamente, sulla Donna (generica) e le sue contraddizioni non espresse apertamente (in questo senso la recitazione di Carroll Baker con la orgogliosa passività è molto giusta); ancor più una favola sulla condizione di Vittima e sull'apparato del Sacrificio».

Eduardo De Gregorio, Bergamo: due favole, «Cinema & Film», n. 4, autunno 1967 

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