Don Giovanni di Carmelo Bene

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LUNEDÌ 17 SETTEMBRE

 

Ore 22.40

 

Don Giovanni Carmelo Bene, 1970, 70'.

 

Regia, sceneggiatura: Carmelo Bene; fotografia: Mario Masini; montaggio: Mauro Contini; interpreti: C. Bene, Lydia Mancinelli, Vittorio Bodini, Gea Marotta; produzione: C. Bene; origine: Italia, 1970; formato: 16mm, col.; durata: 70'. Copia 35mm da Cineteca Nazionale.

«Don Giovanni inizia con un inganno e un rifiuto: inganno dello spettatore (di un certo spettatore) dei due precedenti film di Carmelo Bene, frustrato di fronte al bianco-nero che ricopre, immiserendole, delle forme lussuose; rifiuto di questo stesso spettatore, incapace di vedere non già al di là ma entro le stesse apparenze di un cinema ciò che le sostiene, miseria e morte. [...] Nella "premessa" un narciso si guarda allo specchio, si rivolge a uno spettatore che lo rifletta fedelmente (Don Giovanni espone il proprio mito concluso nella forma di un catalogo delle maschere; Carmelo Bene riassume il proprio cinema come lusso di apparenze e d'inganni); nel "testo" un regista/attore non si contenta più del riconoscimento, vuole essere conosciuto (da sé, da altri: le due cose non possono più essere disgiunte). Il testo, a tal fine, genera le condizioni per la propria messa in crisi nella forma di un elemento di disturbo: un "personaggio" che crei ostacoli al libero scorrere di una narrazione che sembrerebbe scontata fin dall'inizio (la ultima variazione del Teatro). È la Bambina, la cui innocenza è incaricata di verificare la consistenza di una voca- zione, quella di Don Giovanni/Carmelo Bene a essere il Santo (il Centro motore) di un Mondo (il mondo della finzione e del teatro, dell'apparenza più vera del vero). D'ora in poi ogni manifestazione dello spettacolo, ogni trabocchetto del teatro dovrà fare i conti con uno spettatore destinato dalla pro- pria innocenza ("verginità") a deludere o a tradire. Poiché richiedere all'innocente la condiscendenza è troppo faci- le, ingannarlo non ci serve, convincerlo può anche significare perderlo, si tratta di cambiare lo spettacolo (e insieme lo spettatore), dare alle regole del gioco uno statuto diverso. Senza bisogno di "rispettare" lo spettatore, disprezzandolo perfino, insultandolo, se ne accetta però la presenza: si tratta di inglobare entro se stessi l'alterità, di essere egoisticamente più d'uno, di rifiutare insomma la pacificazione e il riconoscimento (tutto ci somiglia) a favore del conflitto, della differenza, della conoscenza».

Adriano Aprà, Fiori di ghiaccio, «Cinema & Film», n. 11-12, 

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