Presentazione XXIV edizione
Se c’è un motivo per cui questo festival esiste – e, scusate, resiste – è per prendersi cura del cinema (non come di un banale prodotto di consumo) e di ciò che un festival può essere (non un mero evento luccicante e innocuo): cioè del film come sguardo sulle cose, come taglio del reale, come proposta, accidente, persino intralcio a una visione e a un’attualità già data e consolidata. E dello stare insieme in sala come confronto comunitario con l’alterità, con quello che non conosciamo. Per questo al centro della 24ª edizione di I mille occhi c’è la carta bianca a Sergio M. Grmek Germani, il fondatore, ovvero Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi, un dialogo tra Hitchcock, Jerry Lewis, Disney, Dreyer, Ford, McCarey: perché non sono solo l film in sé, da riscoprire, ma sono i percorsi che costruiscono insieme a essere il cuore delle cose come le intendiamo. Perché il programma di un festival è una dialettica, un discorso, non una serie di quelli che oggi chiamano eventi e sembrano soltanto vuote e aleatorie esclamazioni. Col premio Anno uno (in collaborazione con il Trieste Film Festival) e con un omaggio che parte dagli albori e arriva all’ultimo Restitucija, ili, San i java stare garde (Eighty Plus, in anteprima italiana) celebriamo per questo un autore paradossalmente inattuale come il serbo Želimir Žilnik, «un cineasta che laicamente si spende per incontrare l’umanità infinita e sofferente del nostro tempo». Perché le immagini sono tracce del passato e verifiche dell’attuale. Discorsi. Dialettica. Succede anche per Kino Basaglia, che continua a ricordare l’opera dello psichiatra mettendola alla prova degli anni, con film sul trattamento della salute mentale firmati da autori che da Raymond Depardon giungono a Frederick Wiseman, da Marco Bellocchio arrivano a Costanza Quatriglio, e con due opere personali di Jakov Labrović, ospite del festival. E così è per Il cinema della diaspora armena, programma con tre film diversissimi che riflettono su una storia e un’eredità culturale. E poi ci sono gli appuntamenti abituali ma non prevedibili, fuori orario: se torniamo a quel tradursi della parola in immagine, alla forma dell’adattamento, concentrandoci sul cinema tratto da Leonardo Sciascia (con film di Petri, Damiani, Greco, Amelio e con volti come quello di Gianmaria Volonté e Claudia Cardinale), non dimentichiamo, in un’inattualità programmata, il lavoro svolto su Dino Buzzati (con l’anteprima del visionario Orfeo di Virgilio Villoresi, figlio contemporaneo di Il sangue di un poeta di Jean Cocteau) e Italo Calvino (con il restauro di Il cavaliere insistente di Pino Zac). E poi c’è il concorso Cinema sul cinema, infine, che riassume lo spirito di questo festival, il prendersi cura amorevole della settima arte, il riscriverla e rilanciarla: dai ritratti di David Lynch e Eric Rohmer, al cinema erotico filippino riguardato da un fantasma in A.I., passando a un gruppo di studenti ungheresi che rifanno un’opera muta e perduta su Dracula. La sala vi aspetta. Il nostro programma è qui. Puntuale e inattuale. Buone visioni.
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